Progettare uno spazio espositivo partendo da un foglio bianco significa per me spogliarsi della pigrizia del già pronto per trasformarsi in registi del dettaglio puro.
L'obiettivo non è arredare un ambiente, ma generare un’architettura sartoriale dove ogni giunto, ogni supporto e ogni punto luce diventi parte integrante della narrazione, eliminando quella barriera invisibile che spesso separa il contenitore dal contenuto.
In questa filosofia, il progetto nasce dall'identificazione di un'ossessione materica: se rifiuti il catalogo, hai la libertà assoluta di inventare un sistema di segni che rispecchi l'anima dell'oggetto esposto, trasformando un semplice elemento tecnico, come un incastro o un perno, nel vero protagonista estetico della scena.
Immaginare un percorso significa allora disegnare un flusso privo di soglie, dove lo spazio non è dettato da muri, ma da quinte sceniche e cannocchiali ottici progettati per guidare l'occhio senza mai costringerlo. In questo scenario, la luce non è un accessorio esterno appeso a un binario standard, ma è sostanza strutturale che si integra direttamente nelle asole delle pareti o nei profili dei supporti, per illuminare l'opera dall'interno della sua stessa architettura.
Questo approccio richiede di dialogare con la materia in modo artigianale, dove la precisione del segno a matita si traduce in una fusione perfetta tra ingegneria e poesia: solo così si perde la percezione dello sforzo progettuale per approdare a un risultato naturale, dove il visitatore non si limita a osservare, ma abita un’esperienza sensoriale coerente in ogni suo minimo, invisibile dettaglio.
PROGETTI E REALIZZAZIONI